Vuoti e sensi di colpa: Julieta, ennesima donna di Almodòvar

julietaugarteJulieta, una professoressa di cinquantacinque anni, cerca di spiegare, scrivendo, a sua figlia Antia tutto ciò che ha messo a tacere nel corso degli ultimi trent’anni, dal momento cioè del suo concepimento. Al termine della scrittura non sa però dove inviare la sua confessione. Sua figlia l’ha lasciata appena diciottenne, e negli ultimi dodici anni Julieta non ha più avuto sue notizie. La vita di Julieta inizia su un treno proprio nel momento in cui rifiuta di parlare a un uomo che sembra molestarla. Quell’uomo, dopo pochi istanti, si suicida segnando per sempre con il marchio della colpa l’esistenza della donna. Quella stessa notte, su quello stesso treno, Julieta conosce però anche l’uomo della sua vita e concepisce sua figlia. Che il destino le farà perdere nuovamente, entrambi, nel silenzio di un confronto rifuggito.
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Quando Julieta individua come unica possibilità di uscire dalla colpa il ripercorrere la propria esistenza, capisce che l’unico modo è cercare, finalmente, di raccontare la sua storia e i segreti custoditi dal silenzio. Julieta ci presenta questa splendida interprete Adriana Ugarte, di una bellezza devastante, che è la protagonista da giovane mentre dai 40 anni in su ha il volto della altrettanto brava e interessante Emma Suarez.
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Impossibile non notare la bellezza espressiva della Ugarte che ha tutto per entrare in quel ventaglio di muse del regista ispanico che va da Penelope Cruz sino a Carmen Maura, Victoria Abril e tante altre. Almodovar la corteggia sempre con la macchina da presa in primi piani estatici che avrebbero voglia di portarci nel gorgo dell’anima della protagonista. In Julieta, Almodòvar sembra parlare più con se stesso che con il pubblico, affrontando le proprie ossessioni sullo sfondo di una storia che fa delle simbologie il suo asse portante; tutto ciò che accade riporta al mare, una forza primordiale in grado di attrarre e contemporaneamente respingere, proprio come il suo moto ondoso, metafora di quel futuro ignoto che riserva novità e pericoli, due facce della stessa medaglia. Il rapporto fra Julieta e la propria figlia è lo specchio di quel desiderio di allontanarsi da chi si ama all’apparenza inspiegabile ma, ad uno sguardo più approfondito, unica via di fuga da una vita in grado di portar via improvvisamente le persone a noi care e con loro noi stessi; scappare, allora, sembra essere l’unico modo per evitare quell’opprimente senso di responsabilità capace di far sentire colpevoli per ciò che non si avrebbe mai desiderato accadesse.
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Il dramma lacera la vita di Julieta e la trasfigura. La sua trasformazione è repentina, forse troppo assoluta. Spesso le donne trovano nel loro ruolo di madre la forza per non lasciarsi avvincere dal dolore. La Julieta di Almodóvar invece naufraga e diventa figlia di sua figlia: una scelta narrativa plausibile ma di certo spiazzante. Estrema. Il prima e il dopo la tragedia ci consegnano due donne molto diverse. C’è veramente tanto in questo ultimo atipico gioiello di Pedro Almodóvar, dalla complessità del rapporto madre figlia alla crudeltà della malattia, dall’inevitabilità della colpa all’infedeltà maschile, dalla tristezza della vecchiaia alla potenza dell’amore, qualsiasi forma d’amore. E ancora una volta la passione travolgente si presenta nel binomio indissolubile che la lega al Fato.
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Raccontato attraverso lunghi flashback della protagonista, che dai giorni nostri torna indietro fino a quegli anni Ottanta che l’avevano vista rimanere incinta, e diventare madre e moglie, questo nuovo film del registra madrileno è tutto basato sul dolore di una donna che non si rassegna ad aver perso una figlia sparita di casa da 13 anni e mai più fattasi viva.

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