L’Arte da sfondo alla storia del primo transgender

danishThe Danish Girl si ispira alla storia vera del primo transessuale a essersi sottoposto a operazione chirurgica per cambiare il proprio sesso da maschile (Einar Wegener) a femminile (Lili Elbe). Un uomo felicemente sposato con una pittrice, pittore egli stesso, che gradualmente scopre la sua vera natura e, affrontando titubanze e paure, decide di non rinunciarvi. Si tratta di un adattamento cinematografico del romanzo di David Ebershoff intitolato ‘La Danese’, il quale narra i fatti realmente accaduti di Lili Elbe, artista nata a Vejle, in Danimarca, la quale è stata la prima persona ad essere nata maschio (Mogens Einar Wegener) ma a essersi poi sottoposta ad un intervento per cambiare sesso.
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La vicenda prende forma nella Danimarca agli albori del XX secolo: Einar è un giovane artista affermato, di certo più di sua moglie Gerda Gottlieb, pittrice di talento ma ancora alla ricerca della propria anima espressiva. Sembra trovarla nel ritrarre il marito con abiti femminili in sostituzione di una modella temporaneamente assente. La trasformazione d’abito di Einar assume subito il carattere di una mutazione intima e potente: da quel momento la sua metamorfosi in Lili non trova ostacoli, se non quelli della sua precocità rispetto a scienza e società. Man mano che il desiderio di Einar si fa sempre più forte, i due consultano diversi psicologi, ma nessuno sembra considerare l’uomo più che un pervertito e in taluni casi schizofrenico. La loro ultima speranza risiede nel dottor Warnekros, che da tempo studia e progetta un intervento di riassegnazione sessuale: quando spiega a Einar di cosa si tratta, l’uomo decide di offrirsi come cavia nonostante si tratti di una procedura sperimentale, mai osata prima e potenzialmente molto pericolosa.
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Si tratta di una vera e propria festa per Eddie Redmayne, attore espressionista dalle tinte forti che qui spazia e dà il proprio meglio con un non trascurabile compiacimento nell’interpretare quello che, per antonomasia, viene considerato un grande ruolo, uno di pura mimesi e mutazione. Eppure, accanto a lui, meno sotto i riflettori ma capace di guadagnare da sola l’attenzione del film sta Alicia Vikander, attrice meno nota e meno premiata di Redmayne, che con un personaggio non protagonista riesce a determinare le sorti di ogni scena. Senza pretendere il proscenio è attraverso i suoi piani d’ascolto e attraverso le molte maniere in cui rende la propria subalternità che il film vive i suoi momenti più onesti. Alla fine è lei, da una parte, il vero motore emotivo di questa storia e non il protagonista sempre inquadrato. Per attenuare le componenti disturbanti del proprio film, Hooper lo infarcisce di grandi pennellate, sfondi e interni meravigliosi, dalla composizione cromatica impeccabile e, non a caso, pittorica.

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